sabato 5 maggio 2018

Mina!!!!


Proseguiamo l’esplorazione sino a quando vediamo quella che sembra la sagoma di un carro armato coperta da un telo. Ci avviamo decisi in quella direzione, fintanto che un “clilc” seguito da “Cazzo ho messo un piede su una mina” ci ferma. Ad essere bloccato è proprio il nostro Comandante. Segue una disquisizione: meglio saltare via, sperando di rimetterci una parte limitata del corpo, o meglio provare a disinnescare? Io sorveglio il corridoio a cinquanta metri dalla mina per essere sicuro che non arrivi nessuno, mentre (???) disinnesca la mina. Non solo siamo salvi, ma abbiamo ora il fondato sospetto che sotto quel telo, così ben difeso, si nasconda qualcosa di importante: prestando attenzione alle mine (abbastanza riconoscibili, ora che sappiamo che ci sono, sul pavimento della fabbrica), ci avviciniamo alla sagoma, togliamo i teli e...ecco un prototipo già pronto all’uso del carro armato di cui abbiamo visto i progetti!
Dobbiamo assolutamente portarlo a Stalin, così recuperiamo parte della benzina dal serbatoio del T34 e, soddisfatti dell’esplorazione, ci riavviamo al campo base coi due mezzi.
Le fabbriche sono in buono stato, abbiamo un nuovo carro armato e molti proiettili: un bel successo, anche se per le vie di Odessa siamo inseguiti da un nugolo di morti, che però in parte schiacciamo coi cingoli, in parte vengono sbaragliati una volta giunti in prossimità del campo base. Qui facciamo rapporto.
Purtroppo, una esplosione in un altro quartiere lascia pensare che un’altra squadra abbia avuto meno fortuna di noi: dopo un breve riposo, anche se feriti, dovremo essere di nuovo operativi, perché gli effettivi sono pochi, sempre meno, ma c’è da preparare il terreno per l’arrivo del grosso dell’Armata.
All’imbrunire, in lontananza, vediamo due figure, sembrano uomini a cavallo. Forse Cosacchi. Forse morti.
Se i morti ragionano (e dalle nostre ultime esperienze sembra che alcuni lo facciano) e se odiano ancora noi che li abbiamo uccisi una prima volta, si prospettano tempi duri.

lunedì 30 aprile 2018

La fabbrica di carri armati


Non appena facciamo atto di avviarci verso il padiglione centrale, però, veniamo sorpresi da alcuni colpi di fucile, sparati dall’interno. Subito capisco che i nostri aggressori non possono essere molti, così decido di lanciarmi all’assalto, certo di ispirare proletario ardore nei petti dei miei compagni.
Devo ammettere che, in altre occasioni, il lanciarmi all’assalto mi è riuscito meglio. Alcuni proiettili mi sibilano vicinissimi, con un balzo entro nell’edificio attraverso una finestra, inciampo, mi pianto una barra di ferro, sporgente da un muro crollato, in una coscia.
Lo scopo, però, è raggiunto: sento la reazione dei miei, sento i nemici (volgari ribelli) urlare e cadere, vedo infine i compagni venire ad aiutarmi. Per strapparmi il ferro dalla gamba devono tirare in due, ma alla fine sono libero, benché zoppicante.

Ci addentriamo quindi nei meandri della grande fabbrica. Nella prima stanza, quella dell’assemblaggio finale, troviamo dei proiettili, negli uffici dei documenti inutili e dei progetti per quello che sembra un nuovo carro. Stiamo per inoltrarci nella stanza del montaggio, quando sentiamo un rumore minaccioso, poi ecco comparire un cosacco (morto) su un cavallo (morto pure lui) lanciato al galoppo! Il primo pensiero è: “Dunque anche gli animali tornano in vita?”. Il secondo: “E ora come mi salvo?”.
Fortunatamente, il nostro nemico pare puntare diritto sul Capitano. Ancor più fortunatamente, prima che possa essergli addosso il nostro tiratore scelto prende la mira con un fucile anticarro e centra in pieno il cosacco, che rimuore sul colpo. Meno fortunatamente, il rinculo dell’arma fa cadere il tiratore scelto dal mucchio di ciarpame sul quale si era appostato: rotolando giù, si procura tutte le ferite che avremmo probabilmente riportato nello scontro.
Mi avvicino al due volte cadavere: proprio nel centro della fronte ha un buco da proiettile. Guardo il nostro Capitano: probabilmente, si era trattata di una esecuzione, peraltro giustissima dato che questi maledetti Cosacchi osano non solo criticare, ma perfino ribellarsi al nostro glorioso Stalin.

venerdì 27 aprile 2018

Odessa


Giunti ad Odessa, non per primi ma con preziose informazioni, la colonna dei compagni soldati sopravvissuti alle eroiche imprese in favore del proletariato ci viene sottratta (forse perché qualcuno possa sperare di rivedere la famiglia?), ma non per questo cessa la nostra utilità alla Causa: al nostro nucleo di ufficiali vengono subito assegnate missioni di primaria importanza.
Come sosteneva Marx, ciò che più conta è l’economia, la struttura, l’industria: siamo perciò inviati dal Comandante ad ispezionare le fabbriche site presso il porto, per verificarne la condizione e la possibile rimessa in opera o, quanto meno, per razziare tutto quanto possa essere utile alla causa.

Col nostro carro armato T34 e la compagnia delle tre avvenenti naziste, ora apparentemente fedeli a noi, ci dirigiamo alla volta della fabbrica. Proprio non capisco perché il nostro Maggiore abbia insistito per averle con noi, e per di più libere e armate. Forse perché, come sosteneva Marx dopo la terza birra, in realtà, prima ancora della struttura economica in ambito dialettico dello scontro fra proletariato e borghesia, viene la figa.
Sia come sia, quando entriamo nella fabbrica di armamenti che abbiamo avuto l’incarico di ispezionare, rimaniamo colpiti dalle buone condizioni generali: in piedi i capannoni, curato perfino l’edificio dedicato al culto di Stalin e del Comunismo, nonostante un paio di svastiche risalenti all’occupazione nazista non siano state ripulite. Mentre devotamente visito questo luogo, che pare avere avuto cure se non recenti, almeno non remote, i miei compagni chiudono l’ingresso al piazzale della fabbrica, non più protetto dal portone divelto, con del fino spinato. Per il resto, bastano le mura della fabbrica a difenderci.

lunedì 9 aprile 2018

L'ultimo assalto


 Metto le mani su un fucile anti carro che era dei ribelli alleati dei tedeschi e valuto da dove possa provenire la voce... Poi sparo. L'ho colpito, ne sono sicuro e il proiettile deve aver fatto il resto anche dietro la spessa parete perchè le urla dei ribelli si alzano dicendo che il loro comandante è caduto. Poi notiamo che la nostra avanzata ci ha portato dove volevano loro. In mezzo ad un campo minato! Non dico nulla per non creare il panico e anche i miei compagni se ne accorgono quando si sente un rumore di ferro che scivola su altro ferro come di un meccanismo di attivazione. Trattengo il fiato essendo vicino ad una mina... Ma non c'è l'esplosione. Ah! Il destino è un bimbo capriccioso e per noi è un bimbo fortunato ( e si chiama Iacopo tra l'altro) maledetti ribelli, non lo sapevate? Intimiamo la resa e dei molti che ci hanno attaccato, pochi ne sono rimasti. Si contano sulle dita di una mano ma nel mio caso quella mano stringe una pistola. Li taccio tutti di ribellione e nessuno mi contraddice. Anche come nemici i nostri hanno una fierezza incrollabile. Questa terra produce uomini saldi; 5 colpi per 5 ribelli. Che la nostra Madre Russia possa perdonarli. Razziamo il piccolo villaggio e prendiamo tutto ciò che ci serve e ce ne andiamo. Arriviamo ad Odessa ed entriamo tra la festa ed il calore del nostro esercito! Ce l'abbiamo fatta, dannazione. Ce l'abbiamo fatta anche se con un prezzo di vite molto alto! Ora il grande mare ci porterà verso la nostra meta.

sabato 31 marzo 2018

La Brigata Kaminski

Rapporto del soldato Vasilj.
Ci stiamo recando col plotone verso Odessa quando sulla strada veniamo attaccati da un proiettile di grosso calibro che centra uno dei camion della carovana che in un attimo diventa la fossa infuocata dei nostri ragazzi. Il fuoco nemico sembra provenire dalla facciata di un palazzo sventrato di un paese vicino la strada. Dannazione, non impareremo mai che i palazzi vanno cannoneggiati prima di passarci vicino. Con la mente attanagliata dal timore ma col cuore gonfio di eroismo e la prontezza nel reagire tipica della nostra armata rispondiamo subito al fuoco, mentre il capocarro ordina di spostarsi in copertura. I Tedeschi pagheranno caro questo colpo. Altri fucili ci sparano contro ma sono imprecisi, cosa che i nostri non sono e alcuni uomini cadono sotto il nostro fuoco di supporto. E con sgomento scopriamo che i nostri nemici sono nostri connazionali! Che smacco alla rossa stella che ci brucia nel petto, uccisi da chi dovrebbe essere nostro fratello di trincea. Il furore ci assale ma non agiamo con stoltezza. 
Raggiungo un buon posto per poter tirare sulle finestre mentre i miei compagni pensano alle donne, prigionieri e carri corazzati. Il medico Otto sta eseguendo dei test sul campo con un morto ma non ho il tempo di capire il fine, mentre il nostro geniere ordina immantinente di far fuoco sul palazzo da dove provengono spari di grosso calibro, sospettiamo un fucile che buca le corazze. a questo si aggiungono delle mitragliatrici che coprono la ritirata strategica del nemico ma noi avanziamo fieri. Prendiamo la piazza con una mossa eroica del nostro araldo che si lancia col petto verso il nemico spronando i nostri ragazzi a massacrare questi ribelli e la mano dell giustizia cala inesorabile! Il nemico è allo sbando e fugge in un palazzo posto di fronte ad uno dei nostri cannoni! Stolti! si sono barricati in una trappola! Fedor nota la sortita di una corte di soldati che tenta di prenderci alle spalle e con due colpi precisi li spazza dal campo con due esplosioni. il cannone del blindato fuma e un urlo si alza dal palazzo. ci intima di arrenderci. Arrenderci? chi è questo pazzo? uno che vuole morire, è chiaro.

venerdì 23 febbraio 2018

Le Naziste


Appurato che siamo la colonna più vicina, decidiamo di muoverci in direzione dell’SOS per capire meglio la questione. Effettivamente, dalla cittadina da cui proviene la richiesta arrivano i suoni di spari, del tutto compatibili con una battaglia.
Ci fermiamo ad una certa distanza: Fedor, con un piccolo plotone, avanza. Dopo qualche tempo, torna, con il plotone in perfetta salute e tre prigioniere. Tre indicibilmente splendide e arrapanti prigioniere. Dicevo, tre maledette naziste in divisa da SS: una bionda, una mora e una rossa, che a parte ciò si somigliano dannatamente.
Fedor ci racconta di averle trovate in posizione difensiva, sotto il fuoco dei ribelli, attorno ad un colonnello ferito, che lui ha provveduto ad uccidere prima di imprigionare le tre. Le interroghiamo: sono stranamente docili nel raccontarci di quel che sta accadendo nel mondo. In Germania, Hitler è scomparso, ma il Reich è risorto sotto la guida di una tetrarchia che mette assieme papaveri nazisti e capi borghesi; in Italia, è stato il Papa a prendere il potere; la Francia è terra di caccia per i morti. Non sembrano particolarmente felici di quanto sta succedendo in Germania, lasciano anche intendere di aver subito trattamenti spiacevoli, e questo atteggiamento è positivo, ma esse hanno anche l’ardire di irridere la Rivoluzione, ma il maggiore Azi mi impedisce di ucciderle. Pare che ci sia qualche tutela dei prigionieri di guerra, come se loro avessero rispettato i nostri. Come se, oggi, in questo caos, le convenzioni avessero ancora un valore.


venerdì 16 febbraio 2018

La talpa


Dormiamo poco. Il nostro valente dottore vorrebbe cogliere l’occasione della morte del compagno degambizzato per proseguire i suoi esperimenti, ma il maggiore Azi, con la pistola in pugno, lo convince a soprassedere. Vietata la sperimentazione diretta, ci dedichiamo alla speculazione astratta: è evidente, dai fatti e dalle intercettazioni, che in zona ci sono nazisti che conoscono esattamente la nostra posizione. Riteniamo assolutamente probabile che ci sia una talpa: potrebbe essere nel nostro gruppo o anche in una delle altre colonne che stanno valutando le possibili vie per il ritorno dell’Armata Rossa in Russia, visto che ci scambiamo indicazioni sulle reciproche posizioni. Decidiamo che, il giorno seguente, daremo un’informazione sbagliata sui nostri spostamenti: in tal modo, potremo sapere se qualcuno ci osserva direttamente o se ottiene informazioni su di noi grazie a quanto comunichiamo ai compagni delle altre colonne.
Il mattino seguente, ripartiamo verso Odessa. Il nostro piano, però, non può concludersi: a metà percorso, captiamo un SOS di un gruppo di nazisti, sotto attacco da parte di ribelli ucraini! Strano, perché pensavamo che fossero d’accordo…

lunedì 12 febbraio 2018

Riorganizzazione


Dopo un breve processo per alto tradimento ai danni di Fedor, reo di avere ricevuto un sorriso nazista, decidiamo di assolvere l’imputato: evidentemente, il nazista vuole solo Vasijli, cerca vendetta di colui che lo ha ucciso, o forse vuole completare la missione che a suo tempo gli era stata data dal suo Fuhrer, ossia sterminare i cecchini sovietici di Stalingrado. Comunque, evidentemente ha lungamente preparato questa trappola e altrettanto evidentemente non è interessato a noi: considerata la situazione, facciamo saltare la moto col side car, troppo esposta per ripararla, e ci ritiriamo in buon ordine, col carro oramai aggiustato.
Ci fermiamo solo a notte fonda, lontano dal villaggio che ci ha bloccato. Segnaleremo che è una via da evitare.

martedì 6 febbraio 2018

Polvere


Nel frattempo, per mostrare l’ardore che tutti i compagni debbono avere, io prendo il comando di un gruppo di soldati e mi incarico di prendere possesso del palazzo che sta alla nostra destra: non vorrei che il cecchino avesse modo di arrivarci vicino e di coglierci su un fianco.
Con cautela bolscevica saliamo le scale, passo passo arriviamo al terzo piano senza incontrare nemici. Al quarto… «Compagni, è tutto minato!», esclamo. In realtà, esclamo «Compagni, è tutto min...» e vengo interrotto da un’esplosione e coperto da una gran numero di calcinacci. Fortunatamente, mentre esclamavo mi ero buttato a terra e rimango illeso, ma alcuni compagni sono feriti: uno, è privo di gambe. Lo portiamo giù di peso, dove il dottore gli somministra generosamente vodka. Non penso che lo aiuterà a sopravvivere.
Indomito, decido di verificare anche le condizioni del palazzo alla nostra sinistra: salgo, con cautela raddoppiata, insieme a Fedor. Ci separiamo, ma non tardiamo a renderci conto che anche questo palazzo è minato. Fedor prova a rimediare un po’ di esplosivo, ed ecco lo vedo faccia a faccia con un tizio in divisa da SS: questi gli sorride, e se ne va.
Intanto, le dinamiti sono state gettate, il polverone si è alzato, il cannone ha sparato: ha abbattuto la torre, ma ha anche colpito il palazzo col bagliore. Evidentemente, è stato inutile.

domenica 4 febbraio 2018

Piano d'azione


Comincia a farsi sera, lì nella strada, sotto il tiro di quell’unico cecchino tedesco morto e non abbastanza morto. Il maggiore Azi è visibilmente irritato: possibile che un solo essere (non so se chiamarlo “uomo”) blocchi il trionfale incedere dell’Armata Rossa? Non abbiamo fatto la Rivoluzione con il fatalismo, ma con il coraggio e l’abnegazione.
Intanto, la situazione sembra essersi fatta più tranquilla: non piovono più pallottole, abbiamo portato Ludmilla e Vasijli nelle retrovie per le cure, il carro viene lentamente riparato. Ma non possiamo muoverci.
Decidiamo, infine, di far valere il nostro numero e la nostra potenza di fuoco: Fedor e il maggiore Azi elaborano un piano dinamitardo, che sarebbe piaciuto tanto al compagno bombarolo Molotov. Innanzi tutto, prendiamo nota mentale di una luce, che somiglia tanto ad un puntatore, che balena da una finestra: è lì che spareremo con il cannone del carro, ma il problema è che, se il cecchino dovesse vedere la torretta muoversi, avrebbe tutto il tempo di spostarsi. Per ovviare a questo problema, si creerà un diversivo: un gran polverone ottenuto con qualche candelotto di dinamite gettata in mezzo alla piazza.

lunedì 29 gennaio 2018

Il maggiore Koenig


Il giorno dopo, ripartiamo. Non subiamo attacchi o imprevisti, ma c’è una circostanza inquietante: la nostra radio capta continui messaggi in tedesco, parte in chiaro, parte cifrati. Non capiamo molto, ma è evidente che in giro ci sono reparti nazisti e, a giudicare dai lingotti, gli ucraini sono in combutta con costoro. Maledetti ucraini: abbiamo donato loro il Sol dell’Avvenire, ed essi si alleano con la peggior borghesia! Morte, doppia morte essi meritano!
Dopo quasi un giorno di viaggio, arriviamo ad una cittadina. Al solito, Fedor e Ludmilla sono in avanscoperta: stanno percorrendo una via principale, sono quasi all’ingresso di una piazza quando, improvvisamente, un boato. Mi affaccio dalla torretta del carro per guardare: il sidecar è riverso su un fianco, un buco per terra non lascia dubbi: è stata una mina. Vasilij ci fa un segno rassicurante, ma improvvisamente sentiamo spari, vediamo Ludmilla cadere. Non abbiamo scelta: dobbiamo fornire appoggio col carro. Altra mina. Siamo però abbastanza vicini ai nostri due compagni: Otto esce, sprezzante del pericolo, dal carro, si avvicina a Ludmilla, la porta al riparo dal carro e, prontamente, le somministra i primi soccorsi. Appena lo fa, un fiotto si sangue esce dal collo della donna, ed ella perde i sensi. Vedo Otto affannato, cerca di rimediare, ma lei sembra esanime.
Noi, dal canto nostro, abbiamo i nostri problemi: colui che ha (quasi?) ucciso Ludmilla sembra essere un bravissimo cecchino. Spara con precisione, si muove rapido, e chiama per nome, con voce fredda e tagliente, Vasilij. Non so dire se il nostro tiratore scelto sia più scosso dalla pallottola che lo colpisce lievemente al braccio o dal suono della voce.
Quando riusciamo a riunirci e a metterci al riparo del carro, rispetto agli edifici dai quali giungono gli spari, Vasilij, pallido, ci dice di aver riconosciuto la voce. Era quella del maggiore Koenig, un nazista.
«Un nazista che dovrebbe essere morto. L’ho ucciso io. E ho visto il buco della pallottola nella sua fronte.»

martedì 23 gennaio 2018

L'oro dei nazisti


Il maggiore Azi ordina di farli a pezzi, ma Otto lo scienziato ottiene di far legare un morto al carro armato, con robuste catene, per poterlo studiare al meglio. È vero, senza dubbio Stalin saprà già benissimo cosa stia succedendo ai morti, ma ogni elemento può essere utile alla Causa.
Mentre il grosso della truppa è accampato alla meglio, Otto, Vasilij ed io restiamo ad osservare il comportamento del morto per tutta la notte. Presto, il cadavere si risveglia, inizia a tirare le catene al punto di farle scricchiolare: la sua forza è sovrumana.
Attraverso una serie di esperimenti, scopriamo che:
1) i morti si muovono;
2) i morti desiderano addentare la carte, ma solo quella dei vivi (sputano carne di altri morti che venga loro infilata in bocca);
3) i morti non perdono forza se si spezzano loro le ossa;
4) i morti non rimuoiono se si spezza loro la testa;
5) i vivi, se rimangono tutta la notte alla pioggia gelida, si possono ammalare.

In effetti, il mattino dopo io ho una gran febbre, Vasilij sta quasi altrettanto male, ma per fortuna Otto ci somministra alcuni farmaci efficaci e, fortuna ancora più grande, ci sono altri malati nella truppa, così il maggiore Azi non se la prende troppo con noi, visto che comunque non ci si può muovere.
Nell’attesa, però, c’è una scoperta interessante: un giovane sergente riporta di avere scoperto una vecchia banca, con la cassaforte (anzi, il caveau) ancora intatto. Il maggiore Azi si fa portare sul posto, ed io lo seguo: devo verificare che tutto si svolga secondo uno scrupolo comunista. Ci seguono anche il dottore e Fedor, esperto scassinatore, che apre la porta del caveau in pochi minuti. A questo punto, accade un fatto strano: Otto comincia a farneticare, dice che lì dentro ci saranno dei camici bianchi, si allontana come impaurito.
Inutile dire che nel caveau non c’è traccia di camici bianchi: c’è, invece, un bel cumulo di lingotti d’oro, con impresso il simbolo nazista, che espropriamo in nome del popolo e, per il momento, teniamo noi.

sabato 20 gennaio 2018

Contrattazioni


Le ombre sono oramai lunghe, il maltempo limita la visibilità: a stento si intravedono le luci nei palazzi, sicché io e Fedor riusciamo a strisciare giù dalla riva non visti. Intanto, sentiamo il maggiore Azi, scortato da un plotoncino, richiedere a gran voce un colloquio col capo degli ucraini: gli viene concesso.
Mentre tutte le attenzioni sono focalizzate su di lui, io e Fedor avanziamo come tigri siberiane sulle scoscese ed infide rive del fiume, sempre al riparo dagli sguardi. Una delle grandi risorse della Rivoluzione è il collettivo: se un compagno si trova in difficoltà e non riesce nel suo intento, ve ne è sempre un altro, lieto di portare a termine il suo compito. Quel che conta, è il risultato di tutti: non ci sono invidie, solo amore per il bene comune. E così, quando uno fra me e Fedor (non importa chi) scivola, cade, si ferisce, l’altro è ancora sano e riesce a continuare la missione. Il ferito, consapevole di essere ora un peso, lo lascia andare, e il sano striscia sotto il ponte, individua i fili che collegano le mine, li recide nei punti giusti.
Nel frattempo, di sopra prendono tempo, ma qualcosa deve andare storto. Abbiamo finito il nostro lavoro sotto, stiamo per tornare di sopra, quando notiamo un movimento: Fedor mi dice che qualcuno degli ucraini è sotto il ponte, dall’altra parte, si deve essere accorto di qualcosa. Un colpo parte dalla canna del carro armato, colpisce il palazzo, lo fa crollare. Sentiamo urla, spari. Gli ucraini hanno un cannone anticarro, ma due precisi colpi di Ludmilla e di Vasilij freddano i due uomini che lo stanno utilizzando prima che possano prendere la mira. Avanziamo col carro, con i soldati, con i camion sopra il ponte oramai sicuro e prendiamo, senza colpo ferire, le macerie del palazzo, dove troviamo i cadaveri di nove ucraini.

mercoledì 17 gennaio 2018

la coda della lucertola


Mentre ci allontaniamo da quel maledetto ponte per andare a conferire con il nostro Maggiore, inizia a cadere una pioggia fredda, maledetta, greve, una pioggia così densa che diventa neve. Abbastanza per creare qualche disagio, non certo per fermare dei russi.
Il Maggiore Azi ascolta con attenzione la nostra relazione, e così pure Otto Schmidt, un tipo strano che si è unito alla nostra colonna: è uno scienziato, utile in quanto è un po’ medico, ma con maggiore interesse per la sperimentazione che per la sopravvivenza. Quando raccontiamo del compagno colpito alla testa che si muove, anche se il fatto che gli manchi la metà destra del cranio fa ipotizzare che sia morto, lui ci tranquillizza: è normale, è la stessa reazione meccanica delle code tranciate di lucertole. A riprova della sua fiducia, si avvicina al compagno decranizzato: quando, però, questi si mette a camminare verso Otto (cosa che le code di lucertola mozzate non fanno), il nostro dotto dottore, prima va in trance, poi dà ordine di sparargli addosso. La teoria va verificata.
Intanto, il Maggiore Azi ha riflettuto: il ponte rappresenta per quei cani la fonte di sostentamento, non lo vorranno far esplodere a cuor leggero. Ebbene, fingeremo di voler parlamentare con quei dannati ucraini servi della borghesia, lui stesso si recherà a parlare e, nel frattempo, io e Fedor, i più abili sminatori del plotone, strisceremo sotto il ponte per disinnescare gli esplosivi. Per Marx, il cammino del Proletariato non si è fermato davanti all’Impero degli Zar, non si fermerà nemmeno di fronte ad un fiumiciattolo!

martedì 2 gennaio 2018

Il ponte sul fiume Kw... Strypa


Viaggiamo senza particolari problemi sino a quando non incontriamo un ponte sul fiume Strypa : non sappiamo che cosa sia accaduto in queste lande, sicché il Maggiore manda avanti un piccolo nucleo scelto per verificare la situazione: i tiratori scelti, Fedor (esperto di esplosivi, in caso il ponte sia minato) e tre soldati semplici. Chiedo ed ottengo di essere aggregato al gruppo.
Avanziamo con cautela, sebbene tutto sembri deserto: ad una cinquantina di metri dal ponte notiamo chiaramente che la struttura è minata. Vasilij, che con la sua esperienza di tiratore scelto ha sviluppato un grande spirito di osservazione ed è dotato di occhio di falco, osserva preoccupato dei palazzi collocati oltre il ponte, ma poi, rasserenato, ci fa cenno di avanzare tranquilli.
Ci alziamo per andare a sminare il ponte e dalle finestre del palazzo partono una serie di spari: un soldato, colpito in testa, cade morto, Fedor è ferito al braccio, io sento i colpi sibilarmi intorno. Ci rifugiamo dietro ripari di fortuna.
Provo a sistemare la mia mitragliatrice, ma una serie di spari mi dissuadono. Intanto i nostri tiratori scelti rispondono al fuoco, e Ludmilla dimostra di essere un po’ più scelta di Vasilij: due colpi, due caduti, mentre il maschietto ne colpisce solo uno. Non per nulla conta già 200 vittime a 100. E non è l’unico dei suoi pregi, come è chiaro immediatamente a chiunque veda Ludmilla in foto o dal vero: un vero prototipo di Donna comunista, se mi è concesso il commento piccante.
Mentre discutiamo se sia fattibile una sortita sino al ponte da sminare, considerando i metri allo scoperto e la copertura limitata che possiamo fornire, dai palazzi si sente una voce potente, dal chiaro accento ucraino, che ci giunge distinta.
«Se volete passare, dovete consegnarci tutte le provviste.»
Ucraini traditori. Non sono mai stati dei veri compagni: Stalin è stato fin troppo buono con loro, sterminandoli poco. Valutiamo rapidamente se sia possibile passare il ponte e poi sterminarli tutti, come meritano, ma è chiaro che una simile azione deve essere concordata con il Maggiore
Azi.
Rispondiamo dunque che non abbiamo l’autorità di accettare la richiesta, ma che dobbiamo conferire con il nostro Maggiore e chiediamo che ci sia concesso di tornare fra le nostre linee a tal scopo. Ottenuto il permesso, torniamo indietro: non ci sparano.


Dal diario del commissario del popolo Jakov Pavlov